“Il cervello è simile a un super-computer”

Vero, ma non del tutto. Un calcolatore elettronico per quanto avanzato è indifferente all’ambiente circostante, mentre le performance di un individuo, al contrario, sono legate al contesto in cui opera. Chi più, chi meno.

Ne abbiamo già parlato tra queste pagine: design e benessere sono interdipendenti, e il benessere a sua volta influenza la produttività. Mai come in questo periodo storico, che segue mesi e mesi di remote working, è importante disporre di spazi lavorativi che mettano a proprio agio le persone.

Non si tratta solo di questioni logistiche, come spazio sufficiente per muoversi o qualità dell’aria, ma di un ragionamento più ampio.

Le conseguenze psicologiche dell’ambiente di lavoro

Dobbiamo prendere in considerazione quattro macro-aree, risultato di studi scientifici evidenziati in un recente approfondimento nella rivista NewScientist: i segnali di appartenenza, i segnali di identità, il senso di possesso e il senso di controllo.

L’appartenenza ambientale si sviluppa a partire da tutti quegli elementi che fanno capire se si è ben accetti in un luogo. Non in quanto individui, ma come parte di una categoria di persone. Si parla in questo caso di stereotipi: di genere, di cultura, di mansione di lavoro e via dicendo.

Questi stereotipi non devono essere eliminati, come rilevato dagli studi di Sapna Cheryan (Professore dell’Università di Washington), ma diversificati in base alle caratteristiche del team. Ancora una volta ci troviamo quindi di fronte a un approccio behavioural-based.

Passando da un ambito più ampio (l’ufficio) a uno più ristretto (la postazione di lavoro), entriamo in contatto con i segnali d’identità. Sono quelli che plasmano la nostra figura in relazione all’ambiente in cui ci troviamo, per aiutarci a esprimerci al meglio: in ufficio come lavoratori, dai genitori come figli, a scuola come studenti. Gli esempi possono essere molti di più, tanti quante le attività che svolgiamo quotidianamente.

Secondo gli studi della psicologa Daphna Oyserman (Università della South California) il nostro senso di identità è influenzato dagli oggetti che ci circondano perché rafforzano il ruolo che abbiamo in un determinato contesto.

Gli oggetti sono il fulcro anche della terza sfera da considerare: il senso di possesso. Secondo Benjamin Meagher (Hope College in Michigan) quando occupiamo uno spazio con “le nostre cose” incorporiamo informazioni utili dall’ambiente, che ci aiutano a concentrarci meglio e ad agire secondo una routine. Un po’ come quando si gioca in casa in un evento sportivo.

Ci colleghiamo quindi al senso di controllo: che si tratti di postazione o di stanza, organizzare il luogo di lavoro secondo le proprie necessità rende più produttivi. Nello specifico il 15% in più, secondo le ricerche degli psicologi Craig Knight (Università di Exeter) e Alex Haslam (Università del Queensland).

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Come possiamo sfruttare questa consapevolezza?

Comprendere l’influenza dell’ambiente sull’individuo è un punto di partenza fondamentale, perché rende sempre più evidente l’importanza della progettazione del luogo di lavoro.

Dobbiamo cogliere questo momento di rientro in ufficio per ristudiare gli spazi e ottimizzarli pensando alle persone, con l’obiettivo di creare un senso di appartenenza verso lo spazio circostante.

La consapevolezza di disporre di nuove aree dedicate alla privacy e mental wellbeing all’interno di open office, di scegliere materiali in grado di assorbire i rumori per favorire la concentrazione o utilizzare  arredi che ricordino l’ambito domestico anche in ufficio, sono segnali che vanno incontro a queste esigenze.

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