In principio era l’offshoring, quella che in italiano si chiama delocalizzazione: ovvero trasferire una parte delle attività aziendali in paesi dove i costi sono minori. Oggi il trend nell’organizzazione del lavoro si chiama homeshoring. La differenza? Le funzioni non traslocano in altri paesi bensì… a casa dei collaboratori.

Casa è dove si trova il lavoro

L’homeshoring è principalmente una forma alternativa di outsourcing e di telelavoro.

L’homeshoring consente ad una società di ridurre alcuni costi di infrastruttura e di manutenzione di un ufficio fisico, offrendo ai dipendenti, con le tecnologie e una buona organizzazione, la flessibilità e libertà di lavorare da casa.

L’homeshoring funziona bene quando un’azienda impiega il proprio personale per lavorare a distanza da casa. In un modello di homesourcing, i dipendenti non sono liberi professionisti, ma si limitano a fornire ore di servizio equivalenti a quelle di un dipendente interno. In linea generale, ogni dipendente è tenuto a disporre di una connessione Internet ininterrotta e affidabile e deve rimanere online durante il normale orario di lavoro dell’azienda.

L’azienda assegna i compiti a ciascun dipendente tramite e-mail, software di collaborazione online o direttamente tramite messaggistica istantanea, conferenze sul web o chiamate vocali. I lavoratori domestici vengono istruiti ed addestrati attraverso “sistemi / processi / metodi” online e talvolta viene richiesto di rientrare in ufficio per formazione.

Con l’evoluzione della tecnologia migliorano anche i metodi di lavoro a domicilio, e c’è la tendenza a sviluppare nuove figure operative. Inizialmente, i datori di lavoro si sono orientati a figure per call center o di altri servizi al cliente. Oggi, questa modalità di lavoro, causa anche Covid-19 ha avuto un’accelerazione e diffusione, e i datori di lavoro si sono resi conto che altri tipi di lavoro sono suscettibili di homeshoring: includendo architetti, contabili, redattori fiscali, analisti finanziari ecc.

Vantaggi per tutti…

In linea di principio, tutti hanno da guadagnare dall’homeshoring. Liberati dallo stress della vita da ufficio, i dipendenti conquistano la possibilità di modellare i ritmi lavorativi sul proprio stile di vita. Una prospettiva che alletta soprattutto le nuove generazioni: i millenial, dicono le ricerche, mettono la libertà davanti allo stipendio. Per le aziende, homeshoring significa un taglio sostanzioso ai costi legati alle sedi, ma non solo questo. Ultimo, ma non meno importante beneficiario del nuovo trend è l’ambiente. Secondo i calcoli della piattaforma di servizi smart per il lavoro Jojob, solo in Italia sarebbero 60mila le tonnellate di CO2 risparmiate grazie allo smart-working “forzato” del periodo di lockdown.

…o quasi

Tutti a casa, dunque? Non proprio. Bisogna considerare che  l’homeshoring è per sua natura un’opzione riservata a specifici comparti, prime fra tutte le attività di customer care. Non a caso si stima che il 20% dei call center su base mondiale adottino un’organizzazione “casalinga”.

Gli svantaggi di una squadra a distanza:

  • I collaboratori devono essere a proprio agio con la tecnologia e prendere accordi per il supporto tecnico da remoto. Lavorando a stretto contatto su un progetto, sia la società che il lavoratore potrebbero dover affrontare alcune sfide o difficoltà a causa di diversi processi lavorativi, fusi orari, affinità culturali o altri fattori.
  • Squadra remota significa che si lavora ad un progetto in una collaborazione molto stretta. Ciò comporta incontri virtuali quotidiani e la necessità di una buona comunicazione.
  • Scarsa comunicazione. Il più delle volte la cattiva comunicazione è una responsabilità nel rapporto tra i partner. Fortunatamente, la varietà di strumenti disponibili può aiutare a superare questo problema, ma serve affrontarlo in modo strutturato fin dall’inizio, perché la distanza lo acuisce.
  • Preoccupazioni per la collaborazione. Alcuni manager ritengono che la distanza fisica inibisca la collaborazione. Hanno bisogno “dell’energia nella stanza” quando si verifica una situazione di criticità.
  • Dovrebbero avere uno spazio home office definito.
  • I dipendenti a domicilio devono capire che il telelavoro non è un sostituto adatto all’asilo a meno che non possano programmare l’orario di lavoro in base alle esigenze dei propri figli.
  • Costi nascosti. Anche se l’homeshoring sembra essere una soluzione più economica per le aziende che cercano di sviluppare determinati progetti, è necessario essere consapevoli di tutti i costi, in modo da non pagare più di quanto inizialmente previsto.
  • Mancanza di sincronizzazione delle scadenze. È molto più facile controllare le scadenze quando si lavora con un team interno piuttosto che con un partner lontano.
  • Riservatezza. È necessario valutare attentamente il tipo di informazioni da trasmettere al partner di outsourcing e discutere preventivamente un accordo di riservatezza (NDA: Non disclosure Agreement) che gli impedisca di rivelare informazioni sensibilii.

E gli uffici?

Da qualche decennio è in corso una trasformazione dell’ufficio tradizionale. Gli spazi comuni avranno un’ulteriore spinta, evolvendo in aumento di superfici dedicate a zone living iper tecnologiche, pod, stanze multimediali collaborative, che invitano e promuovono l’incontro, anche occasionale, tra i vari collaboratori che operano in diverse modalità.

«Non importa dove lo fai, basta che sia fatto»: potrebbe essere questo lo slogan del lavoro dei prossimi anni.

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